Sheikh Ahmed bin Rashid Al Maktoum è scomparso lunedì all’età di 76 anni. Dubai ha proclamato dieci giorni di lutto.
Nel mondo del galoppo, Sheikh Ahmed aveva scelto un percorso personale nonostante appartenesse a una delle famiglie più importanti e conosciute del pianeta. Meno esposto rispetto al fratello maggiore Sheikh Mohammed, lasciava che a parlare fossero soprattutto la sua giubba gialla con spalline nere e i risultati ottenuti da cavalli come Mtoto, Addeybb, Iffraaj, Tobougg, Ameerat, Elmalka e Almaqam.
Mtoto occupa un posto centrale nella sua storia e anche nei ricordi del galoppo italiano. Nel 1988 era probabilmente il miglior cavallo anziano d’Europa: aveva vinto le Prince Of Wales’s Stakes, le Eclipse Stakes e le King George VI & Queen Elizabeth Stakes, presentandosi da favorito al Prix de l’Arc de Triomphe.
A Longchamp trovò però un campo di ventiquattro partenti e, per buona parte della dirittura, rimase chiuso dietro numerosi rivali. Quando Michael Roberts riuscì a trovare spazio, il figlio di Busted produsse una poderosa rimonta, senza tuttavia completarla: sul traguardo gli mancò un collo, quello che consegnò il successo a Tony Bin, allenato da Luigi Camici per Luciano Gaucci e montato da John Reid.
Il rapporto di Sheikh Ahmed con l’Italia non si esaurì in quella sconfitta parigina. Nel 1991 Possessive Dancer vinse le Oaks d’Italia prima di imporsi anche nelle Irish Oaks; dieci anni più tardi Morshdi portò gli stessi colori al successo nel Derby Italiano. Un legame segnato dunque da un Arc sfumato e da due Classiche conquistate.
La storia internazionale della giubba giallonera era iniziata prima di Mtoto, con Wassl vincitore delle Irish 2000 Guineas del 1983. Fu però Mtoto a portarla a un livello superiore grazie a due Eclipse Stakes, due Prince Of Wales’s Stakes, una King George VI & Queen Elizabeth Stakes e al secondo posto nell’Arc.
Mtoto ebbe poi una carriera di rilievo anche come stallone. Generò Shaamit, vincitore del Derby, e soprattutto Presenting, destinato a diventare uno dei riproduttori più influenti nel panorama del National Hunt.
Negli anni successivi Sheikh Ahmed continuò a raccogliere risultati importanti mantenendo un profilo discreto. Tobougg vinse le Dewhurst Stakes e il Prix de la Salamandre, Ameerat si impose nelle 1000 Ghinee e Iffraaj fu prima un velocista di alto livello e poi uno stallone di enorme successo.
Più recentemente Elmalka ha riportato i suoi colori al successo in una Classica, vincendo le 1000 Ghinee di Newmarket del 2024. Per molti appassionati contemporanei, tuttavia, il nome più rappresentativo resta quello di Addeybb.
Allenato da William Haggas, Addeybb ha gareggiato tra Europa e Australia ottenendo risultati di grande prestigio. Nel 2020 ha conquistato le Champion Stakes ad Ascot, mentre in Australia ha vinto tre prove di Gruppo 1, comprese due edizioni delle Queen Elizabeth Stakes a Randwick.
Anche negli ultimi mesi i colori di Sheikh Ahmed erano rimasti protagonisti ai massimi livelli: Almaqam ha vinto la Tattersalls Gold Cup al Curragh e Saddadd si è imposto nel Grosser Preis von Baden.
Il lascito di Sheikh Ahmed, però, non può essere raccontato soltanto attraverso i Gruppi 1. Una parte essenziale della sua storia si trova a Jebel Ali, alla periferia di Dubai.
La nascita dell’ippodromo risale alla fine degli anni Ottanta, quando Sheikh Ahmed e il suo storico uomo di fiducia Dhruba Selvaratnam individuarono quell’area per realizzare un impianto dalla forte identità.
Jebel Ali non è mai diventato una versione ridotta di Meydan. Ha conservato caratteristiche proprie: una pista in dirt impegnativa, l’arrivo in salita, il pubblico molto vicino all’azione e un’atmosfera che la stessa Emirates Racing Authority continua a definire un «Garden Party».
Mentre Dubai si trasformava in una delle capitali mondiali del purosangue, Sheikh Ahmed continuava così a coltivare il proprio angolo di galoppo. Pur essendo un Al Maktoum, non cercò di replicare in scala minore quanto realizzato dagli altri membri della famiglia: aveva i suoi cavalli, il suo allenatore, i suoi colori e persino il suo ippodromo.
L’Arc rimase l’importante traguardo mai raggiunto. In compenso, Sheikh Ahmed lascia quarant’anni di grandi cavalli e un ippodromo sorto in un luogo dove, all’inizio, c’erano soltanto un paio di dune.
